Se c’erano dubbi sulla direzione che prenderanno le politiche sull’ambiente della futura amministrazione di Donald Trump, la nomina di Myron Ebell a capo della transizione dell’Enviromental Protection Agency li ha cancellati: fine dei fondi Onu per i programmi contro il global warming, revoca delle restrizioni per l’estrazione di idrocarburi. Trump ha definito “una disgrazia” i regolamenti imposti dall’Epa sotto Barack Obama, puntando adesso su un crociato anti-climate change per riorganizzare la squadra che scardinerà la legacy “verde” del suo predecessore. Ebell, che dirige le politiche “ambientali” di una lobby finanziata dall’industria del carbone, non e’ uno scienziato. Alle sue dipendenze nel Competitive Enterprise Institute ci sono zelanti funzionari legati alle idee dei fratelli Charles e David Koch, che hanno favorito impianti di petrolio, gas, raffinerie, polimeri e fibre in 45 stati facendoli diventare i quarti ‘paperoni’ della nazione.
“Spero che chi verrà dopo Obama revocherà le regole sugli impianti a carbone e tutte le altre che danneggiano la nostra economia”, aveva proclamato il 63enne lobbista in interviste concesse un anno fa a Parigi nei giorni della stretta finale dell’accordo sul clima entrato in vigore il 4 novembre, alla vigilia del voto americano. Tra Palazzo di Vetro e Conferenza Cop22 a Marrakech le inquietudini sono alle stelle. Ebell, che ha definito l’enciclica di Papa Francesco sull’ambiente “scientificamente male informata, analfabeta economicamente , intellettualmente incoerente, moralmente ottusa e teologicamente sospetta”, accusa i difensori delle campagne contro i gas serra di aver “cucinato i dati”. In seguito alle elezioni americane il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto a Trump di mantenere gli impegni presi dagli Stati Uniti. “Sarebbe un errore terribile invertire la rotta”, ha detto il portavoce dell’Onu Stepahen Dujarric. L’America aveva infatti assunto l’impegno di ridurre le emissioni serra del 26-28% sotto i livelli del 2005 entro l’anno 2025: sotto Trump sarà difficile raggiungere il risultato, anzi potrebbe essere vero il contrario, ma il vero terrore è che l’America si ritiri dal trattato. Non un’operazione semplicissima: “L’accordo sul clima e’ studiato per dipendere il meno possibile dai cambi di governo: occorrono quattro anni per uscire e uno di preavviso”, ha spiegato Segolene Royal, ministro dell’ambiente francese e presidente di COP21.
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